Lambretta Club Teste Cromate S.C.
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The Animals

Una delle band più sottovalutate dell’era BEAT, ingiustamente spesso relegata in secondo piano (dovendosi confrontare con colossi come Beatles, Stones, Who e Kinks) ma tra le più creative, crude, genuine degli interi 60’s forti di un approccio violentemente punk ma che conservava un approccio puro alle radici blues, jazz, rhythm and blues.
Raffinati musicisti come Alan Price alle tastiere, il preciso basso di Chas Chandler, la chitarra acida di Hilton Valentine, il drumming cool di John Steele che supportavano alla perfezione la nerissima voce di Eric Burdon.
Raccolsero una buona manciata di successi, sparsi in una discografia caotica e schizofrenica che, attentamente valutata, conferma l’altissima qualità della proposta.
Di seguito il difficile tentativo di dare un senso agli album usciti tra Usa e Inghilterra, il più delle volte diversi per metà dei brani, usciti a pochi mesi di distanza, talvolta con versioni differenti degli stessi brani.

In questo senso per avere una visione esaustiva sono sufficienti un paio di compilation ma volendosi addentrare in pieno nel mondo degliANIMALS ecco il dettaglio. 

The Animals (Usa)- Settembre 1964 - 8 
Esce nel settembre 1964 in USA e contiene 12 brani che condensano al meglio il primo periodo della band, intriso di ruvido blues (“House of the rising sun”, “Right time”, la “Iim mad again” di John Lee Hooker), selvaggi rock n roll/rhythm and blues dall’incedere jazzato (“The girl can’t help it”, “Memphis Tennesse”, “Around and around”, “Blue feeling”, “Gonna send back to you Walker”), beat blues and roll travolgenti come “Baby let me take you home” e una pazzesca, velocissima, versione di “Talking about you” (che sull’album compare in una versione di 1,34 ma che in realtà durava 7 minuti (e fu ripubblicata in “Complete Animals” del 1990) e che dimostra l’incredibile energia e versatilità del gruppo.

The Animals (Uk) - Ottobre 1964 - 8
Ad un mese dall’uscita americana la versione inglese differisce per ben 5 brani su 12.
Non c’è la hit “House of the rising sun” e nemmeno “Baby let me take you home” ma entrano la stupenda “The story of Bo Diddley” in cui Burdon sulla base del brano “Bo Didley” (dello stesso autore) per quasi 6 minuti di indiavolato jungle rock retto da una splendida tastiera snocciola la lunga storia del nostro in cui entrano citazioni di Beatles (“A hard day’s night”) e Rolling Stones (“I wanna be your man”) in una sorta di geniale canzone cabaret.
Capolavoro.
Ma ci sono anche “Dimples” e “Boom boom” di John Lee Hooker, una tiratissima “She said yeah” di Larry Williams e un brano di Price firmato con Al Kooper, un veloce blues in 7/4, “Bury my body” che esplode in un infuocato rhythm and blues.

The Animals on tour (Usa) - Febbraio 1965 - 8
Album uscito solo in Usa che raccoglie alcuni brani già presenti sull’edizione inglese del primo album e alcuni singoli già pubblicati oltre all’intensissimo blues di Chuck Berry “How you’ve changed”, “Mess around” di Ray Charles, una bellissima versione del classico di Jimmy Reed “Bright light big city” e una delle migliori interpretazione in assoluto di Eric, una “I believe to my soul” di Ray Charles da brividi che fa il paio con un altro blues nerissimo come “Worried life blues”.
A completare la saltellante “I’m crying” firmata Burdon/Price, uscito nel settembre del 1964 ed uno dei migliori brani della band.

Animal tracks (Uk) - Maggio 1965 - 7
E’ il secondo album inglese. raccoglie una serie di brani già sparsi su “Animals on tour” e aggiunge il boogie “Roberta”, una discreta versione di “Ain’t got you” (inferiore a quella degli Yardbirds), una buona di “Roadrunner” di Bo Diddley e il blues firmato da Burdon “For Miss Caulker”.

Animal Tracks (Usa) - Settembre 1965 - 7
Stesso titolo ma scaletta decisamente diversa.
11 brani con i due super classici “We gotta get out of this place” e “Don’t let me be misunderstood”, la già citata “Story of Bo Diddley”, una serie di altri brani già pubblicati in Inghilterra e alcuni gioielli firmati da Burdon e Alan Price come la frizzante “Club a Go go”, il boogie di “Take it easy baby” , il divertente blues “I can’t believe it” e “Bring on home to me” toccante versione del classico di Sam Cooke.

Animalisms (Uk) - Giugno 1966 - 6
Terzo album inglese e cambio determinante di formazione con l’uscita di Alan Price rimpiazzato dal buon ma più modesto Dave Rowberry. I lgruppo ha trovato nuovo successo con il singolo “It’s my life”, destinato a diventare un classico dei 60’s ma che non trova posto sull’album che conferma la predilizione per il consueto repertorio blues e rhythm and blues tra brani di Joe Tex (la discreta “On moneky don’t stop no show”), una versione acida di “Maudie” di John Lee Hooker (dove Hilton Valentine anticipa di un paio di anni lo stile poi caro a Robbie Krieger dei Doors), una “Outcast” distorta e caotica, un omaggio scontato a Chuck Berry con “Sweet little sixteen”.
Due brani firmati Rowberry/Burdon l’uno (la buona ballada melodica “You’re on my mind” e la scherzosa e inutile “Clapping” di Rowberry (brano di soli clap) chiudono la facciata A.
In “Gin house blues” di Bessie Smith Burdon raggiunge uno dei suoi vertici assoluti, più banali il rhythm and blues di “Squeeze her treat her” e il blues anonimo di “What am I living for” mentre non brilla troppo la versione di “Put a spell on you” e scorre via indolore “That’s all I am to you” di Otis Blackwell (quello di “Great balls of fire”. Un’altra composizione di Rowberry/Burdon , “She’ll return it”, copia carbone di “Memphis Tennesse” non solleva la debolezza dell’album, assai confuso, poco incisivo e senz auna precisa direzione.

Animalization (Usa) - Luglio 1966 - 7
Consueta stampa americana diversa piuttosto radicalmente da quella inglese.
Nel frattempo la band cambia anche il batterista ed entra Barry Jenkins dei Nashville Teens che compare in alcuni brani.
Cambiano anche, come consuetudine 5 brani rispetto alla versione inglese.
La stupenda “Inside looking out” è un torrido garage blues distorto di grandissimo effetto molto vicina come atmosfere a “Cheating” firmata Burdon/Chandler mentre “See see rider” è il consueto classico rhythm and blues eseguito con feeling e gran tiro.
Il resto sono brani recuperati da altri dischi e singoli.

Animalism (Usa) - Novembre 1966 - 5.5
Non contenti dell’assurda serie di uscite che si sovrappongono (in mezzo alle quali non mancano due Greatest Hits, “The best of Animals” del febbraio 1966, uscito in Usa e “The most of Animals” dello stesso anno ma inglese con brani più o meno simili) in America esce a novembre del 1966 “Animalism” (titolo pressochè uguale all’album inglese di giugno ma con una S in meno !!??!?!!).
Il gruppo è sull’orlo dello scioglimento e i 12 brani sono il consueto tributo alle radici blues and roll con l’eccezione dell’introduttiva più elaborata “All night long” firmata e prodotta da Frank Zappa !
C’è una bella versione di “Shake” di Sam Cooke, un’anonima “The other side of the line” (scritta da Fred Neil che sarà famoso con “Verybody’s talkin” che porterà al successo Harry Nilsson nella colonna sonora di “Un uomo da marciapiede”, un blues prevedibile come “Rock me baby” dal bel solo di chitarra, due riempitivi come “Lucille” e “Smokestack lightning” , una stiracchiata “Hey gip” di Donovan, sofisticata e bluesy quella di “Hit the road Jack”, irrilevante la pur bella “Goin down slow” di Howlin Wolf.
Un album stanco, suonato senza convinzione con brani apparentemente presi a caso dal cestone infinito del bues e dintorni.

La band si dissolve, Eric Burdon prosegue la carriera solista comeEric Burdon and the Animals con album in chiave psichedelica, poi i War e infine con un classico blues rock sempre a buoni livelli, Chas Chandler va a scoprire e produrre Jimi Hendrix prima, gli Slade poi, Alan Price inizia una discreta carriera solista (anche in copia con Georgie Fame), Alan Steel e Hilton Valentine scompaiono nel sottobosco.

Before we were so rudely interrupted - 1977 - 5.5
Gli Orginal Animals (così si fanno chiamare) tornano insieme dieci anni dopo con un discreto album, dignitoso quanto inutile, soprattutto nel momento in cui ovunque esplodono punk e new wave e i pur ottimi blues di Ray Charles (“Lonely avenue”) e le reinterpretazioni di “It’s all over now baby blue” di Dylan e “Many rivers to cross” di Jimmy Cliff risultano terribilmente fuori tempo.

Ark - 1983 - 4.5
Dopo lo scarso interesse suscitato dalla precedente reunion ci riprovano nel 1983, sempre con la formazione originale e Zoot Money in aggiunta alle tastiere.
Il risultato è purtroppo di scarsa qualità. Rock che prova a stare al “passo con i tempi” con movenze da FM, un brano reggae, qualche synth (...). scarsa vena compositiva, voglia di compiacere i gusti del momento.
Da dimenticare. 

BREVE STORIA DEL SOUL

I Motown Studios nel 1960

Il soul è un genere musicale che ha le sue origini negli Stati Uniti e combina elementi della musica gospel e del rhythm and blues. Secondo la Rock and Roll Hall of Fame, il soul è “la musica che sorge dai neri in America attraverso la trasformazione del gospel e del rhythm and blues in una forma di testimonianza laica e funky”. Ritmi accattivanti, accentuati dai battiti delle mani e dai movimenti del corpo, sono una caratteristica fondamentale della musica soul, come anche il botta e risposta tra il solista e il coro, e voci molto tese. Il genere fa uso talvolta di improvvisazione e sound ausiliari.

 

Il soul ha le sue origini nella musica gospel e rhythm and blues. I quartetti vocali “hard gospel” degli anni ’40 e ’50 sono stati le più notevoli influenze per i cantanti soul degli anni ’60. Ray Charles è spesso citato come l’inventore del genere soul con la sua fila di hits che iniziarono nel 1954 con “I Got a Woman”. Nel suo modo di cantare, Charles riconobbe apertamente l’influenza dei Pilgrim Travelers. Un’altra visione vuole che sia stato Solomon Burke, con le sue prime incisioni per la Atlantic Records, a codificare il genere soul; le sue “Cry to Me”, “Just Out of Reach” e “Down in the Valley” dei primi ’60 sono considerate classici del genere. Little Richard (che fu ispiratore di Otis Redding), Fats Domino e James Brown si facevano chiamare, in origine, musicisti rock and roll. Ma appena la musica rock andò oltre alle sue radici R&B negli anni ’60, Brown affermò di essere sempre stato un cantante R&B. Little Richard si proclamò il “re del rockin’ and rollin’, del rhythm and blues soulin’”, perché la sua musica conteneva elementi di tutte e tre e perché aveva ispirato artisti di tutti e tre i generi.

Le incisioni del 1967 di Aretha Franklin, come “I Never Loved a Man (The Way I Love You)”, “Respect” (originariamente cantata da Otis Redding) e “Do Right Woman, Do Right Man” sono considerate l’apogeo del genere soul, e sono tra i suoi successi commerciali maggiori. Alla fine dei ’60, artisti della Stax come Eddie Floyd e Johnnie Taylor diedero significativi contributi alla musica soul. La musica di Howard Tate di fine ’60 per la Verve Records, e più avanti per la Atlantic (prodotta da Jerry Ragovoy) sono un’altra parte notevole del genere soul. Nel 1968 la musica soul cominciò già a frantumarsi, e artisti come James Brown e Sly & The Family Stone cominciarono a incorporare nella loro musica nuovi stili.

Molti considerano il nord degli Stati Uniti come la patria del soul, in particolare Chicago. Altre città, come New York, Detroit, Memphis e Florence, la seguirono rapidamente e crearono i loro propri stili basati sulle radici gospel locali.

Florence, Alabama, fu la casa dei Fame Studios. Ai Fame registrarono Jimmy Hughes, Percy Sledge, Arthur Alexander e, tardi negli anni ’60, Aretha Franklin. I Fame Studios allacciarono felici rapporti con etichette di Memphis come la Stax Records, e molti dei musicisti e dei produttori che lavoravano a Memphis contribuivano anche alle incisioni in Alabama. Altre famose etichette di Memphis erano la Goldwax Records, la Royal Recordings e l’American Sound Studios.

 

Ray Charles (1930-2004)

Al canone soul degli anni ’60 contribuì anche la Motown Records, situata a Detroit, anche se a quel tempo si proclamava etichetta di musica pop. Tra i suoi artisti Stevie Wonder, Gladys Knight & The Pips, Marvin Gaye, The Temptations, The Supremes, contribuirono a quello che divenne il sound della Motown.

A Chicago, Curtis Mayfield contribuì a sviluppare lo “sweet soul” che gli portò la fama di padrino del “nothern soul”. Come membro degli Impressions, Mayfield instaurò uno stile botta e risposta nelle parti vocali che usciva dal gospel, e che influenzò molti altri gruppi dell’epoca, tra cui i Radiants di Chicago.

Successivi esempi di musica soul sono le incisioni dei Temple Singers e di Al Green nel 1970, fatte agli studios Willie Mitchell’s a Memphis. I Mitchell continuarono la decade nella tradizione degli Stax, con la musica di Green, di An Peebles, Otis Clay, Sly Johnson, Bobby Wormack (che continuò a fare musica soul fino agli anni ’80).

A Detroit, il produttore Don Davis lavorò per artisti Stax quali Johnnie Taylor e The Dramatics. La connessione tra lo stile soul e quello disco sono le incisioni d’inizi ’70 dei Detroit Emeralds. Artisti della Motown quali Marvin Gaye e Smokey Robinson contribuirono all’evoluzione della musica soul, nonostante i loro dischi furono considerati più appartenenti alla musica pop che allo stile di Redding, della Franklin e di Carr. Anche se stilisticamente diversi dalla classica musica soul, solitamente la musica degli artisti di Chicago è considerata parte del genere.

Nei primi anni ’70 la musica soul influenzò generi come il rock psichedelico. Il fermento politico e sociale del tempo ispirò artisti quali Marvin Gaye e Curtis Mayfield a produrre album con messaggi esplicitamente sociali. Artisti come James Brown condussero la musica soul verso il funk, che caratterizzò band anni ’70 come i Parliament-Funkadelic e The Meters. Gruppi più versatili come War, i Commodores e gli Earth, Wind and Fire divennero popolari. Durante gli anni ’70, alcuni artisti astuti e commerciali del sottogenere “blue-eyed soul”, quali gli Hall & Oates di Philadelphia e i Tower of Power di Oakland, fecero un successo fenomenale, allo stesso modo di una nuova generazione di artisti di strada o gruppi “city-soul” come The Deftonics. Per la fine degli anni ’70, la musica disco e funk dominarono le classifiche. Il soul di Philadelphia e tutti gli altri generi di soul erano infettati dal genere disco. Durante questo periodo gruppi come The O’Jays e The Spinners continuarono a sfornare hits.

Ray Charles (1930-2004)

Dr. Feelgood

Dr. Feelgood è un complesso pub rock inglese formato nell'Essex nel 1973 dal cantautore, cantante e armonicista Lee Brilleux, dal chitarrista Wilko Johnson, dal bassista John B. Sparks e dal batterista John Martin detto 'The Big Figure'. Il gruppo si sciolse due volte, la prima nel 1982 (momentaneamente) e la seconda nel 1994, a causa della morte di Lee Brilleux (causatagli da un cancro a soli 42 anni di età), riformandosi ufficialmente l'anno successivo. Suonano un misto dibluesfolkR&B e new wave.

Album in studio

  • Down by the Jetty Gennaio 1975
  • Malpractice Ottobre 1975
  • Sneakin' Suspicion Maggio 1977
  • Be Seeing You Settembre 1977
  • Private Practice Settembre 1978
  • Let It Roll Settembre 1979
  • A Case Of The Shakes Settembre 1980
  • Fast Women and Slow Horses Ottobre 1982
  • Doctor's Orders Ottobre 1984
  • Mad Man Blues [E.P.] Ottobre 1985
  • Brilleaux Agosto 1986
  • Primo Giugno 1991
  • The Feelgood Factor Luglio 1993
  • On The Road Again Agosto 1996
  • Repeat Prescription Settembre 2006 (raccolta di vecchi brani reinterpretati dalla nuova formazione con Robert Kane alla voce).

Live

  • Stupidity Settembre 1976
  • As It Happens Giugno 1979
  • On The Job Agosto 1981
  • Live In London Maggio 1990
  • Stupidity Plus (Live 1976–1990) Marzo 1991 [E.P. live con cinque tracce]
  • "Down At The Doctors" Aprile 1994
  • BBC Sessions 1973 – 1978 Settembre 2001
  • Down at the BBC: In Concert 1977–78 Novembre 2002

40 anni di "Quadrophenia"

Oggi  fanno 40 anni dall’uscita di “Quadrophenia” degli WHO. Il mio album preferito, per mille motivi, di sempre (rivaleggia solo con “London calling” dei Clash e il “White Album” dei Beatles).
Per festeggiare la ricorrenza ho tradotto la recensione (molto criptica a tratti e non del tutto positiva) che ne fece LENNY KAYE (futuro chitarrista del Patti Smith Group) il 20 dicembre del 1973 per “Rolling Stone”.

"Quadrophenia" è gli Who al loro massimo del simmetrico e cinematografico, in ultima analisi spiazzante.
Capitanati da Pete Townshend hanno realizzato, splendidamente suonato e registrato in modo magnifico, un ritratto della mentalità giovanile inglese nella quale hanno avuto una parte non secondaria con una visione in bianco e nero e una profonda sensibilità della umida aria londinese del 1965.
Nonostante ciò, l'album non riesce a generare un impatto totale a causa di un paradosso insito nell’album stesso: invece che l’interazione a quattro facce implicito nel titolo e nel concetto del lavoro, “Quadrophenia” è esso stesso il prodotto di una singola coscienza (anche se geniale).
Il risultato è una qualità statica che il lavoro non riesce a superare completamente.
Townshend ha faticato tantissimo con questo album, lo ha portato in sè per oltre un anno, lo ha faticosamente montato pezzo per pezzo per comporlo in grande scala.
Ma invece di vincere la battaglia ha perso la guerra, ed è ancora più un peccato.
L’eroe di “Quadrophenia” è Jimmy, un giovane mod in preda ai dubbi su sè stesso e all’alienazione.

A differenza di “Tommy”, al quale è destinato ad essere inevitabilmente comparato, Jimmy non è una semplicistica parabola o un simbolo conveniente. 
Le sue caratteristiche di perdente lo distinguono sia dagli amici che dai nemici, e anche se lui è più che disposto a essere guidato, in qualche modo anche quella sicurezza sembra sfuggirgli. 

Lacerato tra varie identità, Townshend lo ha omaggiato con ben quattro, tutte in competizione per diventare quella leader nella psiche confusa di Jimmy. 
In una è forte e determinato, padrone del suo destino, un’ altra lo trova pieno di sfacciata audacia e spensierato sciovinismo; un’altra ancora ammorbidisce e romanticizza la sua natura, dandogli una quieta forza interiore, e un’altra ancora lo rivela come insicuro, alla ricerca di una promessa e di una salvezza garantita.
Questo è “Quadrophenia”, doppiamente schizofrenico e Townshend manovra questo conflitto su più livelli, ognuno con un gran bell’effetto. 
Il più importante di questi collegamenti è la generazione Mod in cui saltarono gli Who e solo secondari (anche se certamente la più interessante per quanto mi riguarda) sono gli Who stessi, quattro temi ("Helpless Dancer", "Bell boy", "Is It Me ? "e" Love Reign O'er Me ") divisi in tutto l'album. 
Quanto a Jimmy, la sua frustrazione per non essere in grado di risolvere i suoi sé separati improvvisamente lo travolge, gli rompe lo scooter, fugge a Brighton sulla spiaggia, salendo su una barca con il vago obiettivo di suicidio. 
Questo è dove lo troviamo all'inizio del lato A, perso tra i suoi flashback e i ricordi sconnessi, e dove lo lasciamo, con una nota di elevazione spirituale e di trascendenza, alla fine.

Questi non sono comunque nuove preoccupazioni per gli Who.
Considerando che i Kinks sembravano sempre occupati con con la middle class compassata e confortevole, in un rapporto di amore-odio archetipico, Townshend e soci all’inizio erano un affettuoso obbiettivo di una macchina fotografica puntata sui loro contemporanei, culminato con alcuni classici punti di riferimento come "Substitute", "Anyway, anyhow, anywhere "e " My Generation" ancora da eguagliare in quanto a potenza assoluta.

“Quadrophenia”, nell’osservare quel periodo in retrospettiva ed esaminando le sue implicazioni, indugia sui manufatti del periodo come se potessero fornire un indizio. Bollitori per il tè fischiano sulle voci minacciose della BBC, accenni di Who in concerto sfregiano i sogni frammentati di Jimmy, giacche attillate si mescolano con tagli di capelli puliti e ordinati.
Per la mentalità americana, “Quadrophenia” potrebbe sembrare così strano come porzioni di “American Graffiti” lo potrebbero sembrare agli inglesi, ma è certo che il fascino dei ricordi condivisi semi-nostalgici deve per forza funzionare sia per uno che per l'altro.

Il merito di Townshend è che la sua non è una visione disimpegnata o ipocrita dopo tutti questi anni. Nel cercare di capire Jimmy, sta anche cercando di comprendere le radici degli Who, la sua attrazione come punto di congiunzione, il suo eventuale rifiuto di Jimmy ("The Punk meets the Godfather") e - in modo più appropriato - se stesso. 
Per impostare la fase del salto finale di Jimmy verso la fede, Townshend si deve chiedere perché la religione del rock & roll (così come la Vespa GS e le purple hearts) ha dovuto essere sostituita da qualcosa di meno temporale e inaffidabile.

Gli episodi interiori dove tutto questo viene generato è la parte più riuscita di “Quadrophenia” , perfettamente delineata da Townshend e incredibilmente eseguita dagli dal Who. 
Jimmy cerca di ingranare con la sua famiglia , il suo gruppo di amici , la sua ragazza , e tuttavia rimane un outsider , chiedendosi perché"the other tickets look much better/Without a penny to spend they dress to the letter." 
Incontra un vecchio idolo degli scontri in spiaggia, ora ridotto a fattorino di un albergo locale : "Ain't you the guy who used to set the paces/Riding up in front of a hundred faces?"

Pete , nel bene e nel male, è in possesso di una scrittura logica nella sua linearità, e se in effetti ci mettiamo nella mente di una mente emotivamente turbata di un adolescente, né la consistenza della musica né prospettive dell'album sono in grado di far fronte a questa sfida della ritrattistica . 
Nonostante i vari temi , Jimmy è visto solo attraverso gli occhi di Townshend, orientato attraverso le percezioni di Townshend, e, di conseguenza, vista attraverso i quattro lati del disco, il concept va in crisi, l'album, sforzandosi di uscire dai suoi confini chiusi, ne esce vacillante e male.

Ciò si riflette nelle canzoni stesse, spesso notevolmente simili nella modalità e nella costruzione, con poche differenze che le distinguono. Solo poche stanno in piedi da sole, come le migliori che hanno fatto gli Who, ( "The Real Me", " Is it in my head?", " 5:15 ", il tema di Townshend "Love Reign O'er Me" ), ed è interessante notare che molte di queste sono brani recuperati dal lost album su cui gli Who hanno lavorato con Glyn Johns prima di “Quadrophenia” . 
Inoltre , date le personalità eccessivamente complesse che compongono il gruppo, poco o nessun rilievo hanno Moon, Entwistle o Daltrey .
I loro ruoli sono secondari, in sottofondo, quando invece dovrebbero salire alla ribalta, e invece sottomessi dall’immaginazione di Townshend .

In altri album degli Who potrebbe essere accettabile, perfino benvenuto:
sicuramente Pete è stata la forza guida degli Who, la loro totale ispirazione 
. E' la sua mente che ha creato le registrazioni tour-de - force dell'album, il paesaggio realistico e panoramico dell’Inghilterra pre-Carnaby Street, impostato in modo che ogni membro della band potesse dare pieno sfogo alla sua decantata e immensa, unica abilità strumentale. 
In effetti , si potrebbe facilmente dire che gli Who non ha mai suonato meglio , sia come band che nelle parti soliste, dimostrando valore inalterato e la loro rilevanza in un'epoca che ha da tempo lasciato altri nomi della loro generazione dispersi in frammenti di storia.
Ma “Quadrophenia” è inferiore al marchio che lo ha prodotto. 
“Il gabbiano JIMMY Livingston”, alla deriva in un mare tempestoso, con le ali spezzate e solo i ricordi a fargli compagnia - così vicino, eppure così lontano.

LP da avere assolutamente

Articoli tratti da www.uomoragnoclub.it

 

Towerbrown - "Count Me Out" - Screaming Apple - LP

Primo LP di questo gruppo francese che dopo i primi due validi EP orami introvabili sforna 10 tracce che spaziano in tutte le sonoirotà bianche. Hammond groove e sitar ci accompagnano nel lato A introducendoci ad una autentico suono late sixties mentre il lato B propone novità orientate al pop garage e r&b. La miscela di pezzi propone quattro pezzi instrumental per gli amanti del genere, mentre i rimanenti pezzi sono cantati in francese e inglese, insomma un po' per tutti. Non volendo esagerare direi che si possono trovare tutte le sfumatore psych, freakbeat, r&b e hammond all'interno dell'album e la sua durata non stanca anzi tutt'altro. La registrazione è molto buona e c'è una versione su LP colorato che risalta insieme alla grafica essenziale un buon lavoro sotto tutti gli apetti. Visto anche il modico prezzo 11 eurazzi circa (http://www.soundflat.de) questo album è vivamente consigliato a tutti! Speriamo di vederli presto in tour nei vari raduni europei. No remorse!

 

Dusty Springfields - Sings classic Soul - Spectrum Rec. - CD

La Universal attraverso questa raccolta vuole giustamente rendere onore ad una delle più grandi artiste della scena Soul U.K. Sono 18 canzoni che lei ha inciso e sono covers tratte da classici della "black soul music" americana che le hanno portato fortuna e che ha usato più volte come "cavalli di battaglia" durante la miriade di concerti che ha fatto nel corso della sua "folgorante carriera". Si passa da: "When the love light starts shining thru his eyes" a "Needle in a Haystack", oppure da "Don't forget about me" a "I just don't know what to do with myself", insomma tutti classici della scena soul che vanno dritto al cuore e ti fanno ballare come un dannato. Mary O'Brien in arte "Dusty Springfields", è stata uno dei volti noti del programma televisimo Mod per antonomasia: Ready Steady Go ed ha giustamente avuto un grosso numero di fans dell'allora scena Mod. Questa compilation e' un gran bel CD che potete trovare facilmente sul sito: Amazon.co.uk al costo di 7,5 sterline.

 

VV/AA - Boogie Chillen: Early Mod's First-Choice Vinyl - Fantastic Voyage - 3 CD Box set / 2 LP

La collezione mod più illuminante ed informativa sulla musica afroamericana, Boogie Chillen non solo fornisce un'affascinante lezione di storia, ma offre anche tre valide ore e mezza di grande musica. All'inizio degli anni Sessanta, la Gran Bretagna ha testimoniato l'avvento di un nuovo movimento giovanile sfacciato, che fino alla comparsa del movimento hyppie del decennio successivo (i 70's); ha dominato al suo passaggio: la moda e la musica del Regno Unito. Questi giovani modernisti abbracciano un look elegante ed amano i suoni più cool provenienti dagli Stati Uniti, e più tardi dalla Giamaica. Mentre la sottocultura ha scalzato finalmente lo sbiadito mainstream britannico, si puo' dire che il Modernismo dopo i folgoranti 60's, non scomparve del tutto ma, attrae ancora nuovi seguaci in tutto il mondo con ogni nuova generazione. Eppure, nonostante la sua duratura popolarità, la musica che ha ispirato gli stilisti mod del movimento originale è rimasta in gran parte non documentata. Boogie Chillen e stata fatta per mettere le cose in chiaro, raccogliendo 75 dei brani più popolari e influenti sulla scena mod fiorente dei primi anni Sessanta. Annotato e compilato da Rob Nicholls, il set dei 3 CD intraprende un viaggio musicale che mette in evidenza una serie di classici dell'R&B, del jazz e del rock che hanno trovato il favore e sono stati considerati i più interessanti dai giovani britannici dell'epoca. Il CD uno contiene le registrazioni dal 1952 al 1960 ed e' attraversato dal blues elettrico di John Lee Hooker, Slim Harpo e Elmore James, ed i solchi jazz di Cannonball Adderley, tramite il rock&roll di Link Wray e Dale Hawkins. Ci sono tagli di R&B di tutti i colori: dai suoni di New Orleans di Huey Smith e Frankie Ford, al suono lucido di Lloyd Price. I CD Due e Tre si concentrano invece, sui primi anni 1960 e presentano i suoni che erano contemporanei con la scena dei Mod clubs di allora. La rete oramai è gettata e contiene: un giovane James Brown, i primi pezzi soul prodotti dalle etichette: Motown e Stax, il latin jazz di Ray Barretto e le parti vocali sofisticate di Mel Torme. E per questa varietà di stili impostata che Boogie Chillen si distingue da altre compilations Mod: la scena Mod ha abbracciato tutte le forme di musica popolare: da Neil Sedaka a Booker T & The MG s, si soddisfa qui' il precoce discernimento Mod ed il gusto per il groove fresco ed il dondolio dei ritmi.

 

The Scene club - Ham Yard, London 1963/66 - Charly Rec. - CD

Lo Scene club, zona di Ham Yard a Londra duro' dal 1963 a quasi tutto il 1966, ed il suono originale del Northern Soul, Popcorn e R&B che si suono', lo si puo ascoltare attraverso questo CD. Quando si entrava nel club si aveva la sensazione di essere avvolti dalle fiamme, tutto era rosso fuoco, si puo' dire che lo Scene era il più caldo piccolo club di Londra ... e nel 1963 Londra era il centro del mondo; anche se il resto del mondo non lo sapeva ancora. Queste le parole scritte su di un Record Mirror del tempo da Norman Jopling, autorevole giornalista musicale. Il club era in attivita' a Ham Yard, per l'appunto e piu' precisamente nella centralissima: Great Windmill Street, a Soho, puro centro di Londra. Era stato in precedenza un jazz club, ma nel 1963 era diventato un luogo venerato dai mods, dove suonare: soul, R&B, blues, ska e dischi di rock'n'roll a una folla vestita in maniera elegante. Questa nuova compilation raccoglie alcuni dei brani classici che sarebbero stati suonati in quel momento e le 28 tracce inserite, sono gemme di: Betty Everett, Ike e Tina Turner, Jimmy Reed, Billy Preston, The Upsetters e altro ancora. Ottimo per iniziare ad addentrarsi nei classici dei suoni neri, consigliato ai neofiti del Modernismo.

 

Fleurs de Lys - You've Got To Earn It - Acid Jazz Rec. - CD/LP

Furono una delle migliori Mod band della seconda meta dei 60's, formatisi nel 1964 sull'onda degli Who a Southampton nella contea dell'Ampshire, zona sud ovest dell'Inghilterra, registrarono una decina di singoli che vanno dal british R'nB fino alla psichedelia passando anche dal freakbeat. Collaborarono con la cantante sudafricana Sharon Tandy e composero anche diversi singoli sotto il nome di Rupert's People. Il loro suono fu uno dei piu' lisergici del panorama delle Mod band britanniche e oggi la Acid Jazz conferisce un giusto tributo ad una band di cui molto tempo addietro, e stiamo parlando degli anni 90, uscirono ben 3 vinili raccolta dedicati a loro. la loro discografia si puo' racchiudere nei seguenti singoli: 1965 - "Moondreams" (Petty) / "Wait For Me" (Page) - (Immediate IM 20, as Les Fleur de Lys); 1966 - "Circles" (Townshend) / "So Come On" - (Immediate IM 32); 1966 - "Mud In Your Eye" / "I've Been Trying" (Mayfield) - (Polydor 56124); 1967 - "I Can See a Light" / "Prodigal Son" - (Polydor 56200); 1968 - "Gong With the Luminous Nose" (Haskell) / "Hammer Head" (Haskell) - (Polydor 56251); 1968 - "Stop Crossing That Bridge" (Dee, Potter) / "Brick by Brick (Stone by Stone)" (Dee, Potter) - (Atlantic 584 193); 1969 - "(You're Just A) Liar" (Haworth, Potter) / "One Girl City" - (Atlantic 584 243). Ottimo acquisto per chi ama i suoni bianchi...100%Mod!!

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